Stanislao Barszczak, Storia Bolognese
“Sempre più lunghe e cupe, si proiettavano le ombre della sera, create dalle vette dei Monti del Goceano. Dietro dette cime, contornato da sfavillanti colori, che sono i suoi ultimi guizzi di vita di quel giorno, moriva il caldo e vivifico Sole. Quelle ombre, gradatamente diventarono un nero manto di tenebre, che avvolsero la svettante torre del Castello di Burgos, allora detta del “Goceano”, sottraendola alla vista. Soltanto un lumicino che sembrava sospeso a mezz’aria nel buio della notte, indicava che almeno una stanza di quella costruzione era abitata e, se si fossero potute superare con lo sguardo le sue robuste mura, si sarebbe vista in detta, prostrata su di un duro e rozzo inginocchiatoio di legno, davanti ad un’effigie della SS. Vergine Maria, pregare fervidamente, una donna dall’indefinibile età, completamente vestita e col capo ricoperto di grossolana stoffa di colore nero. Nel caso avessimo potuto frugare nel suo freddo cuore, avremmo visto che col calare delle tenebre, quel freddo era diventato gelo. Ella era sola con i suoi pensieri: l’unica persona della quale poteva avvertire la presenza era una serva, fedele soltanto a chi la pagava per assolvere il compito di carceriere. Quel che poteva ammirare la donna vestita di nero, era soltanto ciò che inquadrava una finestrella che s’affacciava sull’alta Valle del Tirso: uno
squarcio di desolata campagna. Ella sentiva la vita sfuggirli, gradatamente ogni giorno che trascorreva la dentro. Chi era quella donna, smagrita e smunta, quasi diafana?” Il nome di Adelasia. Ella era stata addirittura, contemporaneamente sovrana di due regni: quello di Torres e
di Gallura. Quella donna, come s’era ridotta in detto stato? Per saperlo occorre compiere un gran balzo indietro nel tempo, ai primi anni del secolo XIII.
Adelasia, era anche lei poco più che ventenne, alta e slanciata; aveva i capelli corvini racchiusi in una grossa treccia che gli ricadeva sulle spalle. Gli occhi neri e profondi, brillavano come due
carboncini accesi; l’incarnato, era, lievemente olivastro e i lineamenti perfetti, come quelli di una statua greca. Le sue movenze erano aggraziate; vestiva una lunga tunica bianca che lasciava scoperte le tornite braccia e metteva in risalto le sinuose e perfette forme. In sintesi: una solare bellezza mediterranea. Ogni tanto gli sguardi dei due giovani s’incrociavano ed era sempre lei la
prima ad abbassare, pudicamente gli occhi. Era la maggiore dei figli di Mariano II di Torres,
avuta da Agnese di Massa, figlia a sua volta di Guglielmo I Marchese di Massa e Regolo di Cagliari. I fratelli erano Barisone che succedette al padre e Benedetta che andò in sposa al conte d’Ampurias. Alla morte del fratello Barisone III Adelasia fu eletta dalla “Corona de Logu” (vedi la Storia della Sardegna Giudicale) Giudice di Logudoro (o Torres) nel 1236. Nel 1238 a seguito della morte di Ubaldo Visconti succedette al marito divenendo anche Giudice di Gallura. In quegli anni, dunque, Adelasia era la sovrana più importante di Sardegna, avendo unificato, sotto il suo regno, il territorio di due Giudicati su quattro. Nel 1218 Mariano di Torres, Giudice di Torres e
alleato dei Genovesi, per assicurare la successione del Giudicato alla figlia Adelasia, stipulò un accordo con il Giudice di Gallura Lamberto Visconti, che aveva minacciato di invadere i suoi
territori per sottrargli il Giudicato con il sostegno dei Pisani. Mariano, infatti, rendendosi conto di non aver la forza militare per contrastare i Pisani, preferì giungere a patti promettendo in sposa la figlia Adelasia al figlio di Lamberto ed erede al Giudicato di Gallura Ubaldo Visconti. Nei termini dell’accordo, Lamberto avrebbe rimesso nelle mani del figlio tutta la sovranità sulla Gallura e le altre terre tolte al Giudicato di Cagliari anche con l’aiuto del Giudice, Pietro II d’Arborea; Mariano II, dal canto suo, oltre a concedere ad Ubaldo la mano della figlia Adelasia, rinunciava ad alcuni diritti su alcune delle terre in Gallura, conquistate da suo padre, Comita II, e, soprattutto, apriva implicitamente ad Ubaldo la via della successione al giudicato, allora più importante della Sardegna, ovvero quello di Torres e Logudoro. In questo modo venivano anche a definirsi i contrasti tra Genova e Pisa che avevano grossi interessi commerciali con l’isola. Scontento di tale accordo, al contrario, era papa Onorio III, che vedeva sottratto il Giudicato di Torres e Logudoro all’influenza della Chiesa di Roma e che, perciò, aveva tentato inutilmente di invocare l’aiuto dei Milanesi contro i Pisani. Egli, infatti, inviò immediatamente il suo cappellano Bartolomeo per annullare il matrimonio, ma il suo messo fallì e l’accordo tra e Pisa e Logudoro rimase valido. Le fastose nozze furono celebrate nel 1219 nella basilica della SS. Trinità di Saccargia, che all’epoca era un’importante abbazia di frati camaldolesi, sin d’allora presenti in Sardegna, e la più importante chiesa del Giudicato di Torres, nei pressi di un villaggio di contadini e pastori. Ubaldo,
dunque, ereditò il Giudicato di Gallura alla morte del padre, nel 1225. Mariano di Torres, dal canto suo, morì più tardi, nel 1232 e, secondo le sue volontà, gli succedette il figlio Barisone III. Questi resse la carica di Giudice, per soli tre anni e tre mesi poiché finì trucidato dai sassaresi a seguito di una sommossa popolare, sobillata dai pisani contro il suo potere dispotico, nel 1236. Barisone morì senza eredi e fu sepolto nella chiesa di San Pantaleo a Sorso. Sempre per volontà di Mariano, i nobili Logudoresi dovevano eleggere una delle sue figlie, Adelasia o Benedetta, come
erede. Essi acclamarono all’unanimità Adelasia, sostenuta di buon grado dal marito Ubaldo, che a sua volta fu eletto giudice. Nel 1237, papa Gregorio IX inviò il suo cappellano Alessandro in
Sardegna per ricevere il riconoscimento da Adelasia della sovranità papale su Torres e Logudoro, così come sulle terre che ella ereditò dal nonno Guglielmo di Cagliari, a Pisa, Massa, e Corsica. Nel Palazzo di Ardara, alla presenza del frate Camaldolese e Abate della Santissima Trinità di
Saccargia, Adelasia fece atto di vassallaggio che Ubaldo controfirmò, cedendo il Castello di
Monte Acuto al Vescovo d’Ampurias come garanzia della sua buona fede. Padre Alessandro dal canto suo tolse la scomunica comminata ai due coniugi da papa Gregorio per aver chiamato in aiuto i Pisani in Sardegna. Ad Ubaldo, comunque, non fu riconosciuta alcuna sovranità sulla Gallura oltre quella sull’antica autorità dell’arcidiocesi di Pisa. Tuttavia Ubaldo morì nel 1238. Per le volontà di Ubaldo, sottoscritte nel gennaio del 1237, la Gallura doveva essere ereditata da suo cugino Giovanni Visconti. Pietro II di Arborea, anche lui tornato nelle grazie del Pontefice dopo l’atto di vassallaggio, sarebbe divenuto tutore di Adelasia. Questa avrebbe dovuto presto sposare
Guelfo dei Porcari, persona devota alla Santa Sede. Tuttavia il cugino Giovanni non visse abbastanza. Così Adelasia che, nel frattempo, aveva rifiutato di sposare Guelfo, succedette
come sovrana del Giudicato di Gallura come vedova di Ubaldo. A quel punto, la famiglia Doria di Genova, grande rivale di Pisa, convinse l’Imperatore Federico II, che sperava di riunificare l’antico Impero Romano, a far sposare suo figlio naturale Enzo con Adelasia, istituendo il Regno di Sardegna.
Era trascorso circa un anno dalle solenni esequie del suo primo marito ed ella si ritrovò per la terza volta, sotto le alte volte della basilica di Saccargia; le seconde nozze furono ancora più sfarzose e solenni, degne del figlio di un imperatore che v’assisteva. A Adelasia, non pareva vero
avere al suo fianco un biondo e giovane uomo; i suoi sensi sopiti si risvegliarono e bramò ardentemente di trovarsi al più presto fra le braccia del suo magnifico sposo. Sposato re Enzio
e divenuta comune con lui la signoria di Torres e di Gallura, Adelasia fornì l’occasione all’imperatore Federico di nominare suo figlio, Re di Sardegna, ma, come sì vedrà, evidentemente detto titolo, com’era avvenuto per Barisone III d’Arborea, non portava bene. Nella sua breve convivenza con Enzio, Adelasia si rese ben presto conto come male portino le unioni nelle quali da una parte si mercanteggia la vanità e dall’altra il potere. Non passò molto tempo che Enzio
si stancò della moglie; (aveva ereditato, evidentemente dal padre) e rivolse le sue attenzioni a più giovani, carine e disponibili donzelle del reame. Spesso, come succede in simili casi; oltre a trascurare i suoi doveri coniugali, Enzio iniziò, anche a maltrattare la legittima sposa. Non soltanto, ma l’esautorò d’ogni suo potere nel governo del paese e Adelasia da padrona diventò schiava. Alla fine, travagliata da quell’inumano trattamento, fu confinata e rinchiusa nello
stesso castello. Invano, questo si rese famoso con le sue scorrerie e le conquiste di terre italiane; inutilmente si distinse nella memorabile battaglia del Giglio, conclusasi con la vittoria dei genovesi sui pisani, durante la quale, rimasero prigionieri di Federico II, i prelati francesi convocati a Roma
dal pontefice. Enzo arrivò da Cremona nell’ottobre dello stesso anno della morte di Ubaldo e
i due andarono sposi assumendo il titolo di Re e Regina di Sardegna. Ancora una volta Gregorio IX, infuriato nel vedere la Sardegna sottratta alla sua influenza, scomunicò Adelasia che aveva violato gli accordi e il marito Enzo. Tuttavia dopo qualche tempo Enzo, stanco della moglie più grande di dieci anni, cominciò a maltrattarla e ad esautorarne tutti i poteri finché non la rinchiuse nel Castello di Burgos o del Goceano. Nel luglio del 1239 Enzo lasciò la Sardegna per combattere al fianco del padre sul continente. Non fece più ritorno. Fu infatti fatto prigioniero dai Guelfi bolognesi nella battaglia di Fossalta nel 1249, e imprigionato a Bologna dove rimase per tutta la vita in prigionia nel Palazzo perciò detto di Re Enzo. Infine, si può affermare che la sorte fu, anche beffarda con lui; rimasto prigioniero dei bolognesi durante la battaglia fra questi e i modenesi, per così affermare “futili motivi”: il rapimento di un secchio in Bologna, immortalata dal Tassoni in un suo tragicomico poema, dal titolo, appunto “La secchia rapita. Per quanto numerose e autorevoli fossero state le richieste, i bolognesi non lo liberarono mai e il famoso re
Enzio … morì in prigione. Nel 1245 il matrimonio venne annullato. Dopo questa data, Adelasia, amareggiata e stanca della vita di governo si ritirò, questa volta volontariamente, nel suo Castello del Goceano. Morì nel 1259, senza lasciare eredi, perciò i suoi domini vennero spartiti tra le famiglie dei Doria, dei Malaspina, e degli Spinola, che dipendevano tutte da Genova. Dopo la cattura d’Enzio, Adelasia sarebbe, anche potuta uscire dalla rocca dov’era stata segregata, ma era talmente prostrata dalle sofferenze, che preferì chiudere la sua vita in quel maniero. La successione d’Adelasia non è ben conosciuta; in ogni caso, da documenti relativi ad Enzio, si ricava che dalle sue nozze con Adelasia nacque una figlia, Elena, che sposò il conte Guelfo di Donoratico, zio materno del famoso giudice, Nino di Gallura. Stando alle profonde credenze di quei giorni, si sarà affermato, che le pene sofferte e la fine fatta da Enzio e Adelasia, fossero
state le conseguenze della scomunica lanciata loro da Gregorio IX, pontefice.
Pochi anni dopo la morte del Re Enzo la battaglia della Meloria sancì la definitiva sconfitta di
Pisa e il conseguente predominio marittimo della cittàdi Genova. Dopo i grandi contrasti verificatisi nei secoli precedenti tra la Repubblica di Genova e la Repubblica di Pisa, lo scontro definitivo avvenne nell’agosto del 1284. Allora parte della flotta genovese era ormeggiata presso Porto Torres, in Sardegna, allora territorio conteso tra le due repubbliche. Il piano dei pisani era di colpire la flotta ligure, in netta superiorità (circa settantadue galee) per poi affrontare la rimanenza e chiudere per sempre il conto con i genovesi. Le battaglie navali si susseguirono a ritmo frenetico senza però portare ad una conclusione definitiva del conflitto. Il 6 agosto 1284, avvenne lo scontro fatale nelle acque presso Meloria, isola a largo di Livorno. L’armata pisana
entrata con 70 galee, al comando del podestà Alberto Morosini, in acque genovesi venne inseguita dalle galee liguri, comandate da Oberto Doria e Benedetto Zaccaria, fino al rifugio del porto pisano. I genovesi allora finsero di essere in inferiorità numerica e attirarono i pisani in mare aperto. Qui scattò la trappola. Parte della flotta ligure, al comando dello Zaccaria, si
era nascosta ed era pronta ad attaccare le navi pisane. L’astuto inganno funzionò e presso le secche di Meloria vennero catturate circa quaranta navi pisane. Ecco come racconta il memorabile scontro lo scrittore, un cronista medievale:”I combattimenti furono subito convulsi, anguinosissimi. I Pisani si batterono con eccezionale accanimento, confidando nella superiorità numerica; ma quando il vigore cominciò ad essere offuscato dalla fatica, emersero dalla Meloria, dal riparo della punta di Montenero, i legni sin’allora risparmiati dello Zaccaria. I Pisani raddoppiarono a quella vista gli sforzi disperati, tuttavia la loro sorte era segnata. Con vero
eroismo difesero la galea ammiraglia, ma alla fine l’insegna del Morosini veniva strappata. Dovunque cadaveri, feriti urlanti, vinti dibattentisi nei flutti; e quanti tentavano di inerpicarsi sulle fiancate delle galee, venivano finiti a colpi di remo. Cinquemila persone, fu calcolato, complessivamente persero la vita. Soltanto venti unità pisane si salvarono: quelle che il Conte
Ugolino, cogliendo l’ultima possibilità, fece riparare a Pisa. La sconfitta non poteva essere più completa. Morosini stesso, turpemente ferito nel volto – come narrano gli “Annali” – finì prigioniero di Oberto Doria: uno dei novemila che verranno condotti a Genova, assieme a ventinove galee. La battaglia s’era svolta il 6 agosto: il giorno di San Sisto, protettore di Pisa. Quel giorno non si svolse laggiù la celebrazione dell’anniversario di Mehdia; a Genova, in
compenso – leggiamo nel Giustiniani – fu ordinato «che si portasse ogni anno il sei agosto per li rettori della città e per il popolo un pallio di broccato d’oro con l’offerta di cera alla chiesa di San Sisto”. La pace venne finalmente firmata nel 1288, con condizioni durissime per Pisa. La città
Toscana dovette però rinunciare alla Corsica, ai possedimenti in Sardegna, alla colonia di San Giovanni d’Acri e inoltre si sarebbe impegnata a versare a Genova un’indennità enorme per la quale venne ceduta in garanzia l’isola d’Elba. I pisani però non tennero fede agli impegni presi e decretarono la loro fine obbligando i Genovesi ad attaccare la loro città nel 1290. E su queste due
forme ossequi a prendere la mia storia in polacca, a cui il lettore leggere un costoso italiano vi incoraggio. Informazioni storiche sul Adelasia ed Enzo presi da Internet.Questa storia è la festa della mia visita a Bologna.